Un’altra giornata passata in ufficio, orario come da
contratto: dalle 10 alle 17.30.
Già alle diciassetteetrentuno le espressioni del mio volto
iniziano a cambiare e il corpo si libera dalla scomodissima postura da
scrivania. Ore 17 e 29, il sedere inizia a fremere sulla sedia a 4 rotelle, gli
occhi rigettano la luce falsa del monitor del pc, Che tempo c’è lì fuori? Starà mica piovendo? Fa ancora troppo caldo?
C’è luce?
Scatta l’ultimo minuto e inizia il tempo della libertà, mi
alzo, prendo le chiavi, il cellulare, spengo il computer e carico sulle spalle
lo zainetto porta tutto: sono pronta alla grande fuga. Saluto il capo, mi
dirigo verso la porta d’ingresso/uscita e, una volta chiusa alle mie spalle, l’orologio inizia a scandire il tempo più
bello della giornata. Scendo di corsa le scale come andassi incontro alla
persona amata e lì, dietro il cancello, la bicicletta mi aspetta legata al palo.
Mi sento come un cavaliere che sale in sella al suo cavallo, pronto chissà per
quale avventura.
Inizio a muovermi con le prime pedalate e la strada che mi
porta a casa non è mai la stessa: seppur la via non cambia il nome e il
percorso asfaltato rimane lì immobile per giorni, mesi e poi anni, percorro
questa via come se fosse cosa nuova. Ciò che cambia è nella testa e non solo.
Magari ci sono i giorni in cui l’attraverso con pensieri tristi, allora vedo un
cielo rosa sangue che con un tocco morbido e sensuale tinteggia il soffitto
della città, e così i pensieri si sciolgono, scivolano tra i raggi, sotto le ruote e spariscono
davanti al portone di casa. Poi ci sono quei giorni proprio belli, in cui i
sogni lasciati tra le coperte t’inseguono per tutto il tempo e non vedi l’ora
di essere in libertà per continuare a
nutrirli e scoprire il modo per realizzarli.
La strada è sempre e mai la stessa, a volte sorrido sulla
bici per il semplice fatto che sto ritornando a casa e posso mettermi la tuta,
togliermi le scarpe, sbracarmi sul letto e leggere i miei Racconti di montagna. A volte il percorso diventa più lungo, c’è il giorno in cui il pit
stop spesa diventa obbligatorio o in cui ti ricordi all’ultimo l’appuntamento
con l’amico alla birreria vicino casa. Ma chi se ne importa! Sono le
diciassetteetrentuno e da ora in poi
tutto quel che accade profuma di libertà.
Se ci penso anche le code al supermercato, davanti al
semaforo e all’ufficio postale sono diverse: il corpo è rilassato, non compaiono
i tic compulsivi per il tempo perso, né bisbiglio a voce bassa brutte parole
sulle persone che mi sono davanti. Dalle dieciasetteetrentuno in poi riesco ad
amare di più.
Ed è così che pedalata su pedalata si apre dinanzi una nuova
giornata che inizia proprio in questo momento prossimo alle 18, in cui l’ora
del tramonto fuori corrisponde all’alba
dei miei pensieri, della mia voglia di fare e della mia creatività. Ad ogni
passo analizzo le varie opzioni su come spendere il tempo: quante cose
possibili, la testa quasi non ci sta dietro, alla fine a ben pensare sono sempre
le 18 e bisogna anche fare un mucchio di altre cose necessarie come la spesa,
cucinare, ritirare i panni puliti, scrivere per il blog, rispondere alle mail e
buttarsi a stella marina sul letto.
Sono a metà ruota su Paolo Sarpi e i desideri sconfinati su
come spendere il resto del tempo sono ridotti all’osso, come se il tempo che
passa dalle diciassette e trentuno al portone di casa fosse il tempo in cui è
concesso sognare, pensare alle cose grandi, che magari non farai oggi e
rimanderai a domani, ma è proprio il profumo di libertà che accelera i
pensieri.
Sarpi si prepara per la sera, è ancora vestita di tramonto e
una luce romantica palpa le pietre dell’area pedonale. Gli ultimi carretti
percorrono la strada trasportando merce di ogni sorta: vestiti, alimentari e
gingilleria varia, i baretti si riempiono per l’aperitivo e le cucine
cinesi iniziano a friggere i primi involtini primavera mentre nei bar accanto
si sorseggia vino o si gusta l’ultimo gelato della stagione.
Anche Sarpi dalle diciassetteetrentuno in poi diventa più
bella: sembra un paesino custodito nella pancia di una grande città, una
stradina senza macchine in cui la gente cammina vicina, si saluta, si
riconosce. La fruttivendola racconta a fine giornata gli acciacchi del mese, la
signora davanti al banco frutta spiega la dieta che sta seguendo e la
cassiera ancora ricorda sognante gli ultimi giorni delle vacanze estive.
A quest’ora tutti
quanti in Sarpi, a Milano, in altre città, io sulla mia bici, tutti abbiamo dei
pensieri che assecondano le luci e i ritmi del tramonto: lenti, morbidi e
romantici.
Pensieri che si spengono d'intensità per avviarsi verso il
buio della notte o per trasformarsi in pensieri elettrici come le
luci della sera. Sogni che dalle diciassetteetrentuno in poi hanno accompagnato dentro la terra le
ultime luci del sole per ritornare in mente piccoli e vivi come semi. Pronti a
sbocciare.
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