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giovedì 20 febbraio 2014

Ultime cose da fare: la lista

Con le dita sto già portando il conto: i biglietti sono fatti, la cartella-documenti è tutta sistemata, mi mancano gli ultimi fogli di accertamenti sanitari. È iniziato il conto alla rovescia e, nel tempo libero, compilo una lista di cose assolutamente da fare prima di partire. 
In questi ultimi, dilanianti, infiniti e insistenti giorni di pioggia, faccio finta di essere da un’altra parte, possibilmente a casa dei miei, a fare le valige per la Florida, possibilmente in Puglia, con 22 gradi, il sole e le mimose già in fiore. Così me ne starei: a manica corta, in braccio al mare e senza far niente, ad aprire la lista delle cose da fare:
1)Addentare 1 euro di focaccia. Quella sottile, bruciacchiata, con il pomodoro sopra. Quella che lascia sulla carta  l’alone di olio e che quando finisci di mangiare (nonostante carta e  fazzoletti) hai le mani tutte unte e i pezzetti di pomodoro in mezzo ai denti.



2)Andare a mangiare il panzerotto da Di Cosimo. Il panzerotto di Di Cosimo è gigante, che non bastano due mani per tenerlo. La mozzarella straborda insieme a tutto il sugo e se non vuoi sporcarti lo devi mangiare con tutta la carta attorno, un poco piegato in avanti. Il panzerotto di Di Cosimo è rigorosamente fritto, va mangiato bollente che quasi quasi ti bruciano le labbra.




3) Poi voglio prendere un gelato enorme, a Polignano, guardando il mare e le casette piccole, di pietra. Di quella pietra che prende il sole come una bagnante. Quella pietra morsa dalla salsedine, scalfita dal vento. Che ha un odore proprio. Voglio scendere gli scalini che portano al mare con in mano il gelato più grosso della mia faccia, la panna sotto e sopra così il cono non rimane mai vuoto.



4)E poi voglio mettermi in bicicletta e farmi tutto il Lungomare fino alla Fiera del Levante, possibilmente al tramonto, con l’asfalto tiepido e i gabbiani che urlano. Vorrei pedalare senza staccare gli occhi dal cielo rosa, passare dal pescivendolo che apre i ricci, vedere i pescatori che ritirano le reti, sentire la puzza delle alghe che marciscono sul marciapiede e i bidoni della spazzatura piene di Peroni. Voglio arrivare fino al faro, dove inizia a sentirsi il profumo dei forni a legna, quelli delle pizzerie che si affacciano sul mare. Voglio legare la bici al palo, prendere la pizza nel cartone, gli anellini fritti e la coca cola. Voglio sedermi sul muretto in ciabatte e guardare il mare fino a quando non mi stanco, fino a quando non finisce tutta la pizza, fino a quando è buio e non c’è più niente da vedere.



5) Voglio andare a fare la spesa al mercato rionale dove ti gridano addosso, dove se chiedi –ma questi mandarini come sono?- il fruttivendolo ti risponde –Signorì na squisitezza- e poi ti prende il mandarino, te lo apre a metà e ti dice –Assaggi, assaggi. Mangi scorz e tutt-


6) Vorrei salutare tutte le zie e i cugini, stare con la mia famiglia e mangiare le cose buone, con la zia che cucina come se non ci fosse un domani, come se in America non si trovasse del cibo. Come se le cose buone si trovano solo qui, con questo sole e questa terra. Che un po’  forse è vero. 
    Ma più di tutti vorrei salutare mia nonna, che non vedo da tempo, che non so se mi riconosce, che l’ultima volta che le ho detto – Nonna non vado più a scuola, vivo a Milano ora- lei ha pensato che Milano fosse lontana come un altro continente. Allora vorrei dirle -Nonna vado in America- e lei mi racconterà che gli americani li ha visti per davvero, che dopo la guerra gli americani facevano il filo alle sue amiche e che a lei  davano la cioccolata.

Penso che siano di più di queste 6 cose, ogni giorno me ne viene in mente un’altra da fare. Perché non voglio stare mai ferma prima di partire. Perché bisogna viaggiare, adattarsi, sperimentare, andare da na parte e da un’altra. Ma casa non la vedo da tempo, e a casa, spesso e volentieri si ritorna.






martedì 11 febbraio 2014

CASA dolce (?) CASA...

Prima di andar via da Milano devo togliermi un sassolino dalla scarpa (anzi una punes!). Voglio dire due cose o forse un po’ di più  sulla situazione “case”. 
Lo so, che palle, un sacco di gente ha pubblicato post, foto, fatto studi, grafici e statistiche su questa piaga urbana. Io vi prometto di metterci poco, anche perché il grosso è già stato detto a voce.
Sviscererò la questione in pochi, dolorosissimi punti, chiudendo una volta per tutte l’argomento con un augurio rivolto alla mia attuale coinquilina, a tutti i miei amici che vivono qui, a quelli che verranno o magari  a me che un giorno tornerò.
Ma, in fin dei conti, questo vuol essere un post per i padroni di casa, per quelli che intascano i soldi senza contratto, per quelli che con un contratto ti danno una casa a malapena dignitosa e per quelli che affittano casa manco fossimo a Manhattan ammesso e non concesso che ci sia una minima giustificazione per affittare case a dei prezzi cosi alti. E che case!!!
Iniziamo quindi dal principio, da una nozione base, quasi da vocabolario:

1.Per casa s’intende una struttura abitativa entro la quale un essere umano protegge se stesso dagli agenti atmosferici. Dai primitivi ad oggi l’uomo ha sempre cercato di crearsi un ambiente confortevole dove mangiare, dormire, fare i propri bisogni e varie ed eventuali. Bene, iniziamo ad escludere dagli affitti tutte quelle strutture che case non sono, ma continuate a spacciare come tali: scantinati senza finestre, soffitte al buio e simil prefabbricati in cortili condominiali.
2. In Italia, o meglio qui a Milano, un ragazzo della mia età prende in media, e nel periodo in cui fortunatamente lavora, uno stipendio di 800 euro. Che cazzo mi rappresentano le stanze singole a 700 euro? Si va bene sono in Porta Venezia, d’accordo la casa è appena stata ristrutturata e va bene anche che le spese condominiali sono alte, ma signori miei una camera a 700 euro è anti costituzionale.
3. La casa che Tu mi rendi il giorno stesso in cui io (A NERO) ti metto i soldi in mano, non è un deposito per topi, ma è e rimarrà pur sempre la Tua casa. Se poco t’importa di tenerla “sana” (senza fogne che esplodono o muri che cadono dalla muffa) per la mia salute, fallo almeno per te stesso perché un giorno forse quella casa sarà dei tuoi figli o dei tuoi nipoti.
4. Un ambiente dignitoso non comprende mobili costosi o sanitari di design. Abbi cura di lasciarmi una casa dove anche tu abiteresti o che affitteresti ad una persona che potrebbe essere tua amica. Dopotutto pensi che con 1200 euro che ti metti in tasca puliti  sarebbe così difficile fare qualche lavoretto di manutenzione ogni tanto?
5.  La caparra è un modo di tutelarsi e non di fregarsi ancora più soldi. Non puoi chieder 5 mesi di caparra su un posto letto in stanza doppia.
6. Le finestre, i balconi e tutte le prese d’aria e i punti luce sono elementi indispensabili in un’abitazione. Fanno parte della carta dei diritti degli affittuari.

Mie cari amici che restate e tutti voi in cerca di una casa...

Va bene uno spazio piccolo, va bene una sola finestra, va bene il 4° piano senza ascensore, va bene il letto ad una piazza, il lavandino che perde, gli infissi vecchi. Va bene stare a nero, va bene la stanza a porta Venezia a 700 euro, ma cercate sempre di farvi lasciare in mano le chiavi di un posto dignitoso. Dove vi alzate la mattina e sorridete. Dove esiste una finestra che vi fa respirare e da dove potervi affacciare per vedere un po’ di sole. Fuori da quelle mura non ci saranno sempre giornate belle, ma al vostro rientro cercate sempre il sorriso che avete lasciato al risveglio.


lunedì 10 febbraio 2014

Che poi non è mica tanto lontana...

Fino all'estate del 2013 io l'America l'avevo vista solo nei film. 
Nella mia testa, Lei era tutt'una: un pezzo grosso di terra lontana senza distinzione di stati, di gente, senza Sud e senza Nord, era l'America e basta.

A pensare che un tempo si andava con le navi fin là in fondo, tutti stretti: uomini, bambini e animali. Si faceva insieme questo lunghissimo viaggio per poi toccare terra. Vedere l'America e sperare.

Oggi in una spicciolata di ore sei già dall'altra parte del mondo e, in men che non si dica, ti ritrovi in un posto pieno di moquette e bicchieri giganti, catturato dalla magia del fuso orario, che guardi l'orologio e  fai il conto con le dita per vedere -Che ora è adesso in Italia?-.

Oggi l'America non è più così lontana, per tutti  e specialmente per me.

Sono passati 5 mesi dal mio rientro in Italia e mi ritrovo per la seconda volta a compilare un lunghissimo e barbosissimo modulo online per ottenere il Visa. 
Io, proprio Io, che da ragazzina boicottavo qualsiasi cosa fosse a stelle e strisce, che se mi chiedevano un posto dove mi sarebbe piaciuto andare dicevo in America, mai! e che classificavo  i film in americanate e tutti gli altri  film.

Io, che l'America la vedevo tutta d'un pezzo, sbracata su vari oceani, oggi mi ritrovo a lasciare tutto per trasferirmi in un piccolo puntino di sto gran pezzo di terra.

Ho finalmente realizzato che l'America ha gli Stati, la gente è diversa seppur tutta americana, esiste il Nord, il Sud e si mangiano un sacco di cose buone, non solo le schifezze. Nei supermercati ci sono le confezioni di latte da 5 litri (che la prima volta mi sembravano detersivi), ma ci sono anche i pomodori, l'insalata e le zucchine. 

In America, in una piccola parte d'America, con i suoi propri abitanti, il suo codice d'avviamento postale, la sua latitudine e longitudine, io porto le mie valigie e ci provo.

Qui lascio un lavoro qualsiasi, mal retribuito e decisamente frustrante. Come tanti, mi sono laureata e stra-laureata a pieni voti, ho in tasca un master ed uno stage non retribuito. Oggi ho uno stipendio con cui a stento pago l'affitto, le bollette, l'abbonamento ATM e le mele FUJII all'Esselunga. 

Ho deciso di lasciare tutto per amore e per fare un regalo a me stessa. Non è detto che l'America sia per forza la mia terra promessa, ma di sicuro Milano non lo è.

Sono curiosa.

Anche solo di vedere come si vive laggiù, se c'è un posto per me, se anche io posso trovare la mia casa. Nei film americani c'è quasi sempre il lieto fine. Proprio a me deve finire all'italiana ?



In partenza. Si spera senza ombrello

Dimissioni: date
Disdetta casa: fatto
Trasloco: in corso

Sono in quel di Milano ancora per 18 giorni. Diciotto giorni di fatica, a guardar fuori e vedere piovere, piovere e ancora piovere. A Milano non vale l'ottimismo del  Non può piovere per sempre: qui per giorni diventi un tutt’uno con l' ombrello, manco avessi tre braccia. 
Penso che l’ombrello sia stata la spesa più ricorrente dacché sono in questa città. Ne ho comprati di tutti i tipi: quelli di tre euro sotto la metro che si rompono subito subito, quelli  resistenti formato famiglia che sopravvivono alle piogge a vento, quelli da collezione, quelli vintage, da borsetta e quelli grandi quanto una mano. A conti fatti uno stipendio è andato via solo per ombrelli. 
Molti son deceduti durante quelle giornate di cielo incazzato, quando a Milano piove “a sifoni”, come se stesso venendo giù una divina punizione all’umana specie. Altri li ho sparpagliati un po’ in giro, dimenticandoli in angoli improbabili della città: attaccati alle maniglie del bus, nei camerini prova di H&M, sotto i tavolini di vari locali e nei portaombrelli di innumerevoli luoghi X.
Diciamo che la pioggia è il terzo incomodo presente in quasi tutti i ricordi che ho di questa città, come l’elemento indesiderato in una foto: pioveva durante due traslochi, durante il mio secondo colloquio di lavoro, per ben due miei compleanni di fila, pioveva durante gli allenamenti, all’uscita dell’Esselunga, della pizzeria, pioveva quando decidevo di stendere fuori il bucato.
E non fai in tempo a dire che non ti piace la pioggia che subito arriva un’afa stringi collo, per cui finita la lamentela sulla pioggia ne inizia un’altra sull’umidità. Insomma questa città non va bene a tempo indeterminato, è un luogo che caccia più che accogliere, è un punto di appoggio, una strada di passaggio.

Eppure ci sono i giorni in cui Milano si fa amare, quei giorni tiepidi e intermedi di primavera, con il cielo arancione che si allunga fino alle 8 di sera, i boccioli dei fiori che scoppiano nei parchi. Sono i giorni della mezza manica e dell’ottimismo, quei giorni che stanno per diventare qualcosa, i giorni del quasi e del non ancora, in cui si annotano i progetti  e si raccolgono i buoni propositi.

Durante questi ultimi mesi ho messo a punto il mio piano di fuga da Milano, con tutto il bene del mondo, ma questa città per il momento, non fa per me. Del doman non v’è certezza.

Mi sono armata di scotch e di scatoloni e ho dato il via ad uno degli scenari più ricorrenti di questi ultimi tre anni: Messer Trasloco. E devo dire che con il tempo mi sono specializzata.
Gli armadi sono quasi vuoti, da casa a casa la roba diventa sempre meno (della serie leggeri è meglio), la scatola dei libri si è rimpicciolita notevolmente, ed è stata  la prima ad essere imballata.
Sono quasi in partenza, quest’anno passerò la stagione del non ancora altrove, non ci sono ripensamenti, né tanto meno nostalgie latenti.


Di sera, dopo aver chiuso l’ennesimo scatolone mi addormento con una sola speranza, che è anche un augurio per gli abitanti di questa città: SignoreIddio, fa che almeno nel giorno del trasloco ci sia il sole.



mercoledì 23 ottobre 2013

Se la Nutella non si chiamasse Nutella, Rita sarebbe il suo nome!

Sabato appena trascorso. Una squisita cena a casa di amici a base di zucca e pane fatto in casa. Vino bianco e taralli zuccherati per dessert. Intermezzo a base di tonno che due di noi hanno preferito saltare -Sono vegetariano, non mangio bestie!-, spiegava un amico al padrone di casa.

Tra una portata e l’altra le guance si facevano rosse, le conversazioni spezzettate affrontavano svariati temi e fuori un debole autunno alitava sulla città:

La prima nebbiolina.

Arrivati al dolce iniziavamo a parlare di cose importanti, il vino regalava le giuste parole per affrontare temi caldi: politica, alimentazione, scelte di vita, cambiamenti radicali. Piccole e grandi rivoluzioni. Si passava dalle colpe del mondo per arrivare alle responsabilità individuali. Una piccola e accogliente tavola democratica: ognuno ci teneva a dire la sua e ascoltava  interessato la risposta altrui.

Almeno in cucina e davanti ad un buon bicchiere divino la democrazia sembra ancora possibile. Pare anche che ci siano buoni intenti per cambiare la propria vita e impegnarsi a dare il meglio di sé.

Noi italiani siamo bravi a fare queste cose, soprattutto a tavola.

Cavolo si è fatto tardi!, in due ci scambiamo uno sguardo complice per dirci che dobbiamo darci na’ mossa se non vogliamo perdere l’ultima metro. 
Dopo tutti quei bei discorsi su un mondo più sostenibile ci diciamo –Dai la facciamo a piedi!- ed effettivamente potevamo visto che avevamo una cena da smaltire.
Poi però una scusa tira l’altra e via in metro fino ad una fermata che ci consentisse comunque una bella passeggiata fino a casa.

Sentivo la zuppa di zucca ancora calda nello stomaco e il lievito del pane appena sformato creare i primi bozzi sulla pancia. La digestione aveva inizio, si riapriva il dibattito.

Guardavo gli alberi lunghi e fruscianti che ondulavano nel buio. Maestosi abbracciavano il  Parco Sempione  per proteggerlo dalla notte.

– Hai visto quella cagata della Nutella? C’è scritto Pasquale sui barattoli!-. Il mio amico riapriva il gioco democratico della conversazione.

- Ma sì!- gli rispondevo, -è la stessa cosa che ha fatto la Coca Cola, stessa razza-.

- Ti dirò di più- aggiungevo, -Su facebook spopolano già le prime foto. Devi vederle: barattoli personalizzati con frasi d’amore-.

- Del tipo 1 kilo di amore e di bontà con i nomi dei fidanzatini-.
-Oh Signore!-  rispondeva lui. –Ma la gente è stupida!-
- Non è informata! – rispondevo in modo politically correct.

Questo processo di personalizzazione del brand pare faccia sentire i consumatori più coccolati. Come se la marca si rivolgesse singolarmente ad ognuno di loro riportando i propri nomi. Come se la Nutella o la Coca Cola s’incaricassero di coronare sogni d’amore al cioccolato o di firmare dediche.

La verità è che a nessuno frega niente. Vogliono solo entrare di più nelle nostre case, nei nostri stipetti, nelle nostre foto Instagram. Non stanno lavorando per te, ma stanno agendo contro di te. Svegliati!!!

Il nome sulla confezione non è una firma, è la strategia di un brand. Elementare Watson!
 - Ci pensi a fare a Bari una pubblicità del genere?- Riprendeva il discorso.
 - Come la chiami la Nutella? Vito? Pinuccio? Nicola?-
-Guarda che funzionerebbe- gli rispondevo -E comunque sta’ roba prima o poi arriverà dappertutto!-

Poi però pensavo a tutte quelle persone che non badano alle marche, vuoi per saggezza, vuoi per risparmio, me compresa, per l’uno e per  l’altro motivo.
E gli dicevo – Fosse per me continuerei a comprare la Spalmella del Discount. Hai presente quella bicolore zuccheratissima?-

Scoppiavamo in una sonora risata immaginando queste mega famiglione del Sud che spingono i carrelli dentro al Penny Market.  I bambini che urlano tra un corridoio e l’altro del supermercato –io voglio questo- -Mamma mi compri questo???- E no perché prendiamo sempre questi biscotti. A me fanno schifo!- E  via con urli e piagnistei, calci ai carrelli e lacrime amare versate davanti ai Pan di Stelle della Mulino Bianco.

Il nome sul pacco è un’eccezione, una trovata. Durante il mese si va al supermercato con l’ansia del 27, si contano gli spiccioli fino all'ultimo centesimo.
Il nome sulla confezione è per le foto su Instagram, per gli autoscatti in fila al Duomo, per il regalo a San Valentino.

Purtroppo, dopo il nome sul pacco la gente penserà che, anche senza firma propria, quel brand è vicino alle persone, alle famiglie e si prende cura di noi. Questo è il triste scenario dopo l’eccezione.

La serata è finita, arriviamo con un po’ di tristezza davanti al portone. Gira e rigira il mondo non è così facile da cambiare, ma partiamo da noi.

Mi rullo una sigaretta dal portatabacco lasciato sul tavolo. Dovrei smettere, altro che Nutella. Della serie chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Ma, la domanda è,  chi è davvero senza peccato?



venerdì 18 ottobre 2013

Animali da corsa

C’è chi si affanna per prendere il tram, chi sfreccia con l’auto per raggiungere in tempo l’ufficio, chi rischia d’inciampare per arrivare prima della chiusura dell’ufficio postale e poi ci sono i runners.

Chi corre per/con passione sa che, chilometro dopo chilometro, tutto ciò che gli sta attorno sarà il suo miglior compagno fino alla fine dell’allenamento. Alberi, cani, persone, condizioni climatiche, alba piuttosto che tramonto, ogni santissima cosa richiama l’attenzione del runner: egli deve uscire un po’ fuori di sé per sopportare la stanchezza e a volte il dolore. La concentrazione del runner sta tutta in questo esercizio: essere consapevole del proprio corpo e dello sforzo fisico senza però fissarsi su di esso.

Due giorni fa tra un affanno e una ripresa di un allenamento con 20 minuti di variazioni pensavo che questa corsa è in realtà tutta identica alla vita e non solo per  le metafore e gli insegnamenti che se ne possono trarre. Osservando i tipi umani in seduta di allenamento ho provato a catalogarli in varie specie ed è stato molto divertente scoprire come questi animali da corsa hanno le stesse tendenze e caratteristiche che ritroviamo abitualmente nel quotidiano.

Leggere per credere!

Elenco di specie che s’incontrano nel parco e non solo.

1)  I Felini alias predatori: li riconosci da lontano! Abbigliamento tecnico tutto griffato, possibilmente Nike, toni scuri che asciugano la figura, quintali di profumo e capelli tutti ingelatinati. Sono coloro che sportivamente parlando hanno delle prestazioni medio-scarse, ma approfittano della corsa al parco per acchiappare qualche preda sgambettante. Di solito non sono corridori professionisti e, alle ripetute preferiscono le ore in palestra, li vedi correre come galli cedroni a tutta velocità per poi fermarsi 300 metri dopo. Questi animali sono spesso accompagnati o vanno alla ricerca delle meglio note

2)    Gatte morte alias prede dei felini: più o meno con la stessa dinamica dei suddetti sculettano per qualche metro mostrando un outfit  da serata disco. Tessuti aderentissimi , glutei scolpiti con ore ed ore di palestra, trucco sempre perfetto, criniera sciolta e accarezzata dal vento e andatura segnata da piccoli saltelli. È possibile riconoscerle al primo sguardo: un vero runner sa che è assolutamente poco da runners indossare All Star o MBT-strizza culo per lunghe e serie sedute di allenamento. Il loro periodo di riproduzione coincide con le temperature miti, appena viene giù il freddo si rifugiano in palestra pronte a sferrare il prossimo attacco.

3)      I professionisti: sono i veri runners e li riconosci per prima cosa dall'abbigliamento. Scarpe prima di tutto per non parlare dei vari tessuti tecnici a seconda delle stagioni. In questo periodo a Milano vanno molto le calze a compressione graduata che, un non professionista non indosserebbe mai se avesse un minimo di senso estetico. Però funzionano, specialmente nelle lunghe sedute di allenamento. I runners seri hanno dei cardiofrequenzimetri seri, possibilmente dotati di GPS, guardano sempre l’orologio e lo maneggiano durante l’allenamento. Attenzione!: Non hanno fretta, molto probabilmente stanno facendo delle prove ripetute o qualche prestazione particolare. A volte indossano magliette di gare passate e ci tengono molto a tenere il kilometraggio della competizione fatta in bella vista. Non preoccupatevi, abbaiano ma non mordono e qualche volta vengono presi anche loro dalla sindrome felini/gatte morte.

4)     I mistici: sono coloro che mentre corrono invocano qualche divinità, fanno qualche rituale strano o recitano preghiere. La loro fatica fisica corrisponde ad una purificazione corpo/mente e di solito l’allenamento ha la stessa durata del rituale. Ricordo una signora che mentre correva sgranava un rosario buddhista, piuttosto che un’altra che, a fine corsa fece volare dei palloncini in aria. Ma il mio preferito rimane il mistico-guerriero di Parco Sempione: uomo calvo, forzuto, corre in jeans, senza scarpe e a petto nudo. Durante lo sforzo fisico emette versi strani, e, tra una corsetta e l’altra, legge le pagine di un libro misterioso.

5)      Gli irriducibili: ovvero coloro che hanno fatto un patto con il demonio. Li vedi sfrecciare davanti a te che hai almeno 60 anni meno di loro e sicuramente più stanchezza di loro. Sono duri, tenaci,  con la corsa hanno scoperto l’elisir di lunga vita. Belli come il sole li vedi allenarsi di mattina presto vestiti alla buona, ma con una forza di volontà che non appartiene a nessuna delle specie precedenti.

6)      I violenti: ovvero i cattivi. Questa è una specie un po’ trasversale e sono certa che i molti esemplari è facile trovarli anche nei posti di lavoro, in famiglia, tra gli amici, o più comunemente per strada. Sono gli isterici, i dittatori, coloro che impongono le loro scelte agli altri. Mi riferisco a tutti quelli che cercano di correre al parco tenendo i propri cani stretti al guinzaglio, fino quasi a strozzarli. Vedi  l’animale che si dimena per andare a giocare tra l’erba bagnata e loro li tirano violentemente a sé, come se il cane avesse piacere ad allenarsi per ore intorno alla pista dell’arena. Se la bestia non obbedisce loro urlano fino a quando uno dei due non la da vinta all'altro.

Ho finito l’allenamento con le gambe che non ne volevano più sapere e il sudore che iniziava ad asciugarsi addosso. Dopo le variazioni ho fatto 10 mins di corsa lenta per sciogliere il corpo e dare un’altra occhiata in giro. Sorridendo ho capito anche io di che specie faccio parte.


E tu, che animale sei?


giovedì 17 ottobre 2013

Le bestemmie di una ritardataria

1)  Sei nel pieno delle forze e la seduta di jogging quotidiana va alla grande. L’aria fresca della mattina ti riempie di energia, polmoni e occhi si aprono al nuovo giorno. Le gambe sono forti, il respiro tenace, potresti correre un’altra ora. Impugni il quadrante dell’orologio tra il pollice e il medio della mano sinistra, passi da modalità Crono a modalità Time. Tempo scaduto, l’ufficio ti chiama. Arresti la corsa e torni velocemente a casa.

Tipo di bestemmia: lieve
A chi è rivolta?: ovviamente al capo ufficio

2) Arrivi a casa, ti spogli, corri mezza nuda sul terrazzo, stendi le robe dell’allenamento, rientri, speri che non ti stia per venire una broncopolmonite, inciampi tra le scarpe lasciate in soggiorno, ti salvi, entri in doccia e, guardando l’orologio pensi che il grosso è fatto. Ti asciughi, entri in camera di corsa e, per prendere i jeans in fondo all'armadio, urti violentemente il piede al bordo del letto. Vuoi piangere e basta, il dolore ti prende lo stomaco, ma non c’è tempo. Zoppichi dalla stanza alla scarpiera e ricominci la corsa.


Tipo di bestemmia: medio-alta e pronunciata a denti stretti. Espressione sofferente, con lo sguardo rivolto al soffitto per invocare qualche divinità.
A chi è rivolta?: ai santi e alle anime del cielo. Un po’ a tutti indiscriminatamente.

3) Sei vestita, prontissima, cavolo non c’è più da preoccuparsi, stai quasi per uscire di casa, ma..hai le labbra troppo secche. Temi l’herpes come una piaga d'Egitto,  non ci sono dubbi: bisogna idratare la pelle. Scatto felino dal soggiorno allo specchio del bagno, rovisti come una tossica tra le varie pozioni nell'armadietto.  Trovato: il lucido idratante emolliente effetto 24h su 24, pagato fior di quattrini qualche mese fa. Ti guardi allo specchio e pensi: già che ci sono mi metto un po’ di Rimmel. Mai decisione ti fu così fatale: il pennello del rimmel lascia un grumo sulle ciglia, cerchi di pulirti e in un attimo ti ritrovi con gli occhi di Pierrot. Con una mossa sbagliata sei punto e daccapo.


       
     Tipo di bestemmia: un Vaff****lo standard
     A chi è rivolto?: contro tutto e tutti indistintamente

4)  Per fortuna l’orologio del bagno va un po’ più avanti di quello della cucina. Dai ci sei! Sei una grande! Hai ancora 7 minuti! Allora corri in cucina e pensi: Ma sì un po’ di ritardo che sarà mai! Poi ti ricordi che il tuo capo arriverà in ufficio solo nel pomeriggio e un branco di criceti  festeggia nel cervello. Nel tempo che rimane sai cosa faccio? Un bel frullato per riprendermi da tutte ste’ fatiche. Apri il boccale, sbucci la banana, tagli finemente la carota e aggiungi metà mela: spuntino dei campioni. Metti il coperchio: ON. E nel frattempo che fai aspetti? Certo che no! Torni in camera a prendere gli anelli.

Ma, mentre fai la vamp davanti allo specchio con il sottofondo del frullatore modalità turbo senti un botto e poi…tutto tace. No! Alzi le spalle e stringi gli occhi in una smorfia di dolore. Non vuoi crederci, non è possibile, ma è proprio successo. Corri in cucina per assistere alla tragedia. Il frullatore si è suicidato sul tappeto, schizzi al betacarotene ovunque. Tempo scaduto. YOU LOSE!




Tipo di bestemmia: tipicamente in dialetto, estremamente volgare
A chi è rivolta?: a te stessa, al destino, quando non c’è più nessuna Madonna da poter invocare.

La fretta fa nascere i gattini con gli occhi cecati! diceva mio nonno, io questa cosa non l’ho mai capita. Certo è che sono ancora a lutto per quel frullato non bevuto e per il piede dolorante.
Ma, come dico sempre, nella sfortuna c’è sempre fortuna e, quanto piacere ho provato ad arrivare in ufficio con un poco di ritardo, non trovare nessuno e, con tutta tranquillità mangiare un bello yogurt leggendo post e aggiornando il blog!

      Ma da domani mi sveglio 5 minuti prima. O almeno ci provo!


mercoledì 16 ottobre 2013

Da Anna Falchi al Blog

Quando andavo dalle suore collezionavo pile su pile di quaderni doppi, erano i quaderni dei temini, che usavamo nei giorni dedicati ai compiti in classe d’italiano, poi, a tempo scaduto, la maestra li ritirava e noi aspettavamo con ansia i risultati.

Io avevo bravissima ed eccellente, scrivevo pagine e pagine di pensierini, sogni di bambina, un mondo visto senza toni scuri. Mi ricordo quando la maestra dettava la traccia del tema, mi sentivo un'atleta sulla linea di partenza, l’ultima parola che usciva dalla sua bocca era il colpo di pistola.

Scrivevo tutto quello che mi passava per la mente, come se la scrittura mi servisse a realizzarlo.

Per il fatto che calcavo molto mi uscì presto un calletto al dito medio, io me ne compiacevo come se fosse il segno distintivo di noi scrittori e, quando tornavo a casa, continuavo a scrivere copiando le storie dai libri delle favole, dai giornali, da tutto quello che trovavo. Mi ricordo che un giorno ho copiato pagine e pagine di un libro di grammatica greca di mio padre, cercando anche di riprodurre alla perfezione l’alfabeto.

Poi in casa arrivò una Olivetti grigia, io la guardavo e riguardavo come un piccolo mostriciattolo. Come avrei fatto senza la penna ad ispessire il mio callo? Era come allenare ed irrobustire il mio muscolo da scrittrice.
Per parecchi giorni ne stetti alla larga, guardandola da lontano e, nonostante la mia diffidenza, la tenevo sempre d’occhio. Ci stavamo corteggiando in vista dell’imminente appuntamento.
Con la tastiera di quella vecchia Olivetti ho scritto il mio primo racconto. Avevo 11 anni e avevo appena finito di vedere un film a puntate con Anna Falchi: La principessa e Il povero. Faceva su canale 5. Roba da due  soldi, ma che fu per me bambina , di grande ispirazione.

Scrissi una storia in cui io ero un tutt'uno con la principessa , altro che narratore eterodiegetico, lasciai tali e quali anche i nomi: la principessa aveva chiaramente il mio nome e il principe il nome del protagonista del film. Mi ricordo però che il racconto aveva un grande messaggio sociale e di solidarietà in cui alla fine non esisteva più differenza tra ricchi e poveri e sparivano tutti i principi e le principesse per dare vita ad un mondo uguale.

Dopo quella volta non ho più usato la macchina da scrivere. Il racconto fu corretto da mio padre perché avevo fatto parecchi errori di grammatica e ora giace in qualche raccoglitore in cantina dei miei, insieme ai quaderni dei temini.

Ho un buco nero di ricordi sulle scuole medie, bene o male rimanevo sempre la cocca della docente d’italiano anche se un giorno, durante il colloquio con i genitori, disse a mio padre che ero troppo garibaldina. Ma infondo, cosa ne poteva sapere lei che, molti anni prima avevo già scritto su una repubblica  egualitaria dove tutti si amavano senza nessuna distinzione sociale?

Poi arrivò il liceo e, i primi due anni di ginnasio li iniziai volendo dimostrare al mondo intero, e, prima di tutto alla prof., che razza di scrittrice ero. Iniziarono a volare i primi 4, che poi diventarono 5meno, era finito il tempo di Anna Falchi, dovevo iniziare a scrivere come un’adulta. 
Tutte quelle pagine calcate come fossero flussi di coscienza non le voleva più nessuno. Fu così che imparai a scrivere pensieri brevi, ad adottare uno stile più asciutto e meno fiabesco. Mi ricordo che i periodi con troppa retorica venivano segnati come errori.

Iniziai a vedere i primi 8 durante gli anni del liceo, quando la prof. ci faceva scrivere articoli di giornale su temi di attualità. Durante quel periodo benedicevo gli insegnamenti del ginnasio che, all'epoca  mi provocarono grossi pianti, riunioni di famiglia e ansie da prestazione.

In tutto questo, nonostante il volume di grammatica greca ricopiato quasi interamente all'età di 10 anni, continuavo ad avere 3meno alle versioni, quindi quel primo approccio non fu per nulla un presagio del mio rapporto con la lingua dei padri.

Oggi, a distanza di anni, ogni volta che scrivo ringrazio la Olivetti, Anna Falchi e la prof. del ginnasio.
La prima perché attraverso la tastiera mi sono un po’ tolta quel calletto senza ammorbidire la passione, la seconda perché con La Principessa e Il povero ho iniziato a scrivere di cose belle, la terza perché mi ha insegnato a scrivere di cose belle in modo semplice e senza troppa retorica.

Ovvero come continuare a raccontare di principesse con uno stile un po' più punk.


martedì 15 ottobre 2013

Tarallucci e Vino

L'autunno sulla Murgia si aspetta a braccia conserte.
Per il freddo, non per l'attesa.
Le mani iniziano a fare su e giù sfregando il corpo a partire da Settembre, quando qualche camino inizia a sputare fumo e ad intorpidire il cielo.
Nelle piccole strade gli alimentari sfornano qualcosa di caldo, ci si arma della teglia con i buchi per cucinare le castagne e si va in cantina a fare scorte di vino.
Le vecchiette gridano da una parte all'altra della strada, si raccontano che le giornate  si sono fatte più corte stringendo le spalle nello scialle di lana dura.

Comara Domenica si metteva sulla strada ad aspettare che Tina, dal sottano, sfornasse i taralli. Io arrivavo correndo da casa dei nonni, come se avessi sentito le campane della messa, attenta a non inciampare tra le chianche del centro storico. Con il fiatone spostavo la tenda che separava casa di Tina dalla strada.
Io ero l'amica del cuore di Anna, sua figlia, e avevo il privilegio di addentare i taralli appena fatti. 
Prima ancora di Comara Domenica.
Tina e Anna avevano le mani umide a furia di chiudere i taralli, io mi sedevo appoggiando la testa al muro ghiacciato e le guardavo armeggiare la massa come fosse oro.
Oro con i semi di finocchio.

Per chi nasce da quelle/queste parti il tarallo è sacro. Quando penso alla mia terra mi vengono in mente gli ulivi, i taralli, il vino e le orecchiette. Tutti cibi forti, duri e grezzi. Roba di sostanza.
Ogni volta che vado a casa, gli amici prima di salutarmi dicono Ricordati i taralli! ed io, prima ancora di ricevere richiesta chiamo mamma e  dico Ricordati di comprare i taralli!

Un buon pugliese, a furia di addentare taralli può tentare, ad un certo punto della sua vita, di stilare una classifica sul prodotto migliore, individuando paese di produzione e panificio. Personalmente scelgo Andria.

Non a caso, qualche giorno fa, la mia amica Tiziana postava su Facebook il suo primo esperimento di taralli fatti in casa. -Cavolo Tizi, devi darmi la ricetta!- e, dopo qualche giorno, lei m'inviava un piccolo racconto che ho deciso di pubblicare così com'è.
E' impossibile postare questa ricetta escludendo il cuore di chi la prepara, perché, come tutte le cose che hanno a che fare con la tradizione, quello non resta mai fuori dalle mura domestiche.


1/2 - 1/5 - 1/8

Ho scelto questa sequenza per chiamarli taralli.

Sì, perché dovevano cambiare un po’ natura perché si materializzassero tra le mie mani. Ho ripetuto più volte durante la giornata, quasi come un mantra, la sequenza “un mezzo-un quinto-un ottavo-cinquecento-duecento-centoventicinque” e non ci potevo credere: avevo in mano la ricetta dei taralli. Non che non la si trovasse in giro, certo, ma era importante per me prendere coscienza del fatto che stavo per mettere le mani in pasta e realizzarli, stavo per gridare ai profumatissimi panifici del quartiere e della città che avevo scovato il segreto e non certo per farne poi concorrenza sul mercato, quanto per provare la sensazione di quel sorriso che ti guarda stranito per dirti: “grazie”, scuotendo con dolcezza la testa a dire “non possiamo darle la ricetta, è complicato” .
I sorrisi dei panifici pugliesi sono superbi, ma fanno bene ad esserlo. Una fresca e fragrante pagnotta di grano duro, tesa al cliente con sguardo arcigno, diviene pane raffermo al primo morso. Così, un tarallo offerto tra due dita nell'attesa per fartene assaporare l’autenticità - ogni panificio, poi, ha la sua ricetta ed è sempre la migliore- se non è accompagnato dalla gioia con cui è stato lavorato e infornato, non è un vero tarallo: l’arte del panificare si accompagna all'arte del sorriso, l’una e l’altra insieme.

Fontana di 500 gr di farina tipo 00
Aggiungi 200 ml di vino bianco secco in cui precedentemente hai fatto sciogliere un cucchiaino di sale.
125 gr di olio extra vergine di oliva
Semi di finocchio, o qualsiasi altra spezia gradita, a volontà.

L’impasto risulta ben lavorabile, nonostante il vino lo renda un po’ più duro rispetto a quello del pane. Verrà lavorato per almeno venti minuti e lasciato riposare per mezz'ora e coperto al fresco.
Nel frattempo si preparano i canovacci e la pentola dove portare a bollore dell’acqua.
Preparare i taralli a partire da cordoli di impasto di circa 1 centimetro e mezzo di spessore e riporli sul canovaccio. Terminata questa fase, nel frattempo l’acqua è a bollore ed è il momento di immergervi i taralli- una decina per volta- per qualche secondo, finché non vengono a galla. Bisogna lasciarli riposare qualche minuto su un canovaccio per farli asciugare prima della cottura nel forno.


Infine infornare, in forno preriscaldato e statico, a 200° per 30 minuti o finché non sono perfettamente dorati.
Li mangi tutti appena tirati fuori dal forno.


Postilla:

Ho scritto il pezzo cercando di catturare le sensazioni di quello che io chiamo l’evento. Impazzisco per i taralli, ma sono per me una cosa così sacra che non ho mai- e dico mai- pensato che potessero essere riprodotti. Ed è vero che un po’ è dovuto al segreto custodito dai panificatori, che io guardo con altrettanta sacralità.
Quando ho preso la decisione di auto-produrli è stato un lungo processo di training autogeno, caratterizzato da un insieme di immagini e ricordi del mio passato: da quando ne mangiavo in quantità industriali da piccola, anche a casa della nonna che ogni tanto li produceva nella sua stufetta a legna, a quando con Vincenzo abbiamo setacciato e saccheggiato – in dieci anni di condivisione- tutti i panifici di tutte le cittadine che vivevamo o visitavamo alla ricerca del tarallo più buono. Ha vinto Andria. Ergo, sono legata ad Andria anche per via della sua personale ricetta dei taralli.







lunedì 14 ottobre 2013

Scene mute. Due parole

Lunedì è il giorno delle riflessioni: inizia la settimana e bisogna pensare a qualche buon proposito per rendere i prossimi giorni migliori dei precedenti o quantomeno diversi. Non è un caso che tutte le diete iniziano proprio a partire dal lunedì. 

Tutte le buone promesse che  ripetiamo in mente a partire da metà settimana, non saranno mai realizzabili se non a partire dal

Lunedì.

Tutti oggi abbiamo iniziato qualcosa. Pensateci.

Di solito per me questo è il giorno in cui dedico quasi metà parte della mattinata al silenzio, è un modo per riprendermi, rimescolare le parole, le idee e capire da dove cominciare.

È proprio nel silenzio che ho pensato al silenzio, una sorta di meta-riflessione che mi ha portato a soffermarmi sul taciuto della mia vita.

Il silenzio premia, punisce, può essere inteso come un atto di saggezza o come vigliaccheria, il silenzio nasconde ed elabora, nel silenzio ci si ascolta.

Allora ho pensato a tutte quelle storie di persone che non si parlano da anni, amici, familiari, ex, genitori e figli. Sono certa che ognuno di noi ha avuto almeno una volta in famiglia un episodio simile, per non parlare del classico periodo post-rottura di una relazione d’amore.

Il silenzio non è rimozione, anzi, è pur sempre un gesto, una presa di posizione nei confronti di un’altra persona, spesso il silenzio è cattivo, altra volte il non detto è preferibile e richiesto dalle situazioni.

A volte con il silenzio si creano tombe e cancellano persone, pensiamo al piccolo cimitero nelle nostre esistenze, file e file di ex, amici e qualche parente (nei casi più disperati) che si susseguono tra preci (o perché no bestemmie) a causa di abbandono, tradimento o qualche azione poco corretta.

Le parole tengono vivo il ricordo, raccontano una storia, ci raccontano, invece al silenzio sopraggiunge la dimenticanza e, spesso, non ricordiamo neanche bene il motivo per cui abbiamo rinunciato a comunicare.

Con le parole si ricomincia. Le parole costruiscono.

Penso che il silenzio debba essere usato non come un’arma, ma come un momento. Come le ore del lunedì mattina in cui si fa il carico dei buoni propositi nei confronti di sé stessi e degli altri. Il momento del silenzio dovrebbe essere il gioco che facevamo all'asilo  dove va dietro la lavagna non solo chi parla per primo, ma anche chi non parla più.

Le parole sono coraggio, da metà mattina del lunedì in poi, le parole sono una presa di posizione.

Dopo un lungo, e che sia produttivo(!), silenzio.


venerdì 11 ottobre 2013

LoveDownshifting

Azione-Reazione. 

Divorati dal turbo-capitalismo, stressati dal lavoro e dalla pressante domanda di produzione, ci siamo trovati di fronte ad un bivio: abbiamo bisogno di guadagnare eppure fuori dall'ufficio c’è un mondo che ci chiama!

Vogliamo scrivere, fare sport, passeggiare con il cane, fare volontariato, dedicarci ai figli, alla cucina e all'artigianato, alle gite in montagna, alle amiche, al mercatino del baratto e alla festa del quartiere. Allora, alcuni di noi, hanno cambiato vita per non farsi risucchiare più dal vortice infernale del troppo lavoro che, visti i tempi, non porta neanche ad un troppo guadagno. 

Poi c’è chi continua ad optare per la carriera e va bene, per qualcuno può essere importante, ma ricordiamoci  sempre di non tralasciare quel famoso mondo  fuori dall'ufficio.

Insomma, ci siamo inventati modi per vivere bene, felici e con poco, in realtà non si tratta proprio di un lampo di genio, è bastato rendersi conto che stiamo davvero esagerando e che le equazioni lavoro-vita / guadagno-felicità iniziano un po’ ad inaridire le nostre vite. Oltre a produrre un risultato poco convincente.

Penso che i tempi ci stiano chiedendo una reazione, un modo di vivere per resistere e combattere attraverso piccoli gesti quotidiani. Sostanzialmente si tratta di imparare a rinunciare, ritornare al semplice e ingegnarsi nella vita di tutti i giorni (meno sprechi, più riciclo, alimentazione sana e consapevole, mobilità sostenibile ecc.). 
Forse è proprio vero che si fa di necessità virtù.

Così accade anche in amore, dovrebbero infatti iniziare a pubblicare libri su libri che parlano dell’arte di amare bene e con poco, dove quel poco può essere inteso come il super hashtagato less is more. 

Una volta, mentre sbirciavo tra l’album fotografico dei nonni trovai una lettera che mia nonna scrisse al suo amato lontano. Il bigliettino era piccolo piccolo e, a parte poche frasi d’amore, mi colpì il fatto che mia nonna avesse ricamato a mano la bustina che conteneva il biglietto. Niente poco di meno!: aveva cucito dei piccoli fiorellini sul cotone e creato una bustina di stoffa. Da non crederci, altro che whatsapp!



Io immaginai mio nonno a combattere chissà quale guerra che riceveva la lettera di nonna, l’annusava e, seppur lontana, la sentiva accanto. Non c’era da fraintendere nessun messaggio, mia nonna gli prometteva amore eterno e mille baci se fosse tornato presto tra le sue braccia.
Certo, se si fossero amati oggi il messaggio gli sarebbe arrivato in tempo reale, ma non avrebbe avuto i ricami e gli odori di nonna.

Siamo certi che tutta questa tecnologia aiuti l’amore?

Abbiamo accolto con grandi applausi le email, bene, anzi benissimo, sono indispensabili se pensiamo ad una serie di comunicazioni e file che viaggiano in tempo reale, e poi una lettera d’amore scritta su yahoo non sarebbe tanto diversa da una scritta a macchina a meno che non siate quei nostalgici della carta e dei piccioni viaggiatori che pare siano anche più veloci delle poste italiane.



E non c’è niente di male perché io, quando voglio scrivere d’amore e per amore preferisco scrivere di mio pugno le lettere, imbucarle e aspettare che il messaggio arrivi a destinazione, come se l’attesa e la sorpresa rendessero il momento della lettura ancora più intenso.



Poi è arrivato facebook e via libera a foto condivise, tag, aggiornamenti di stato, messaggi pubblici e privati. Gli amanti perdono la loro intimità fanno della propria storia una soap opera in vetrina in cui tutti i rispettivi amici saranno sempre aggiornati sui luoghi delle vacanze, sulle varie liti o prossime rotture. 

E infine quel maledetto di uozzup, una mitragliatrice di messaggi, il telefono vibra, tu sei online ma lui no, 
-doppio flag allora ha letto?- Perché è on line e non risponde?-. E via libera ad una forma di comunicazione che ha portato con sé anche un certo obbligo alla risposta perché quei cazzi di flag ti fanno fare proprio una brutta figura.

Allora io per amore proporrei il  lovedownshifting ovvero l’arte di dare all'amore i giusti luoghi e le giuste parole. Io per amore rinuncerei alla comunicazione compulsiva da dito più veloce per esser certa che il mio messaggio  non venga frainteso e che abbia il  giusto tempo di lettura e libertà di risposta.

Ora non so se inizierò a ricamare bigliettini, però impugnerei volentieri una penna ad inchiostro blu e scriverei iniziando con la data sul margine in alto a destra, segnando il luogo e aprendo il capoverso con Caro, per creare subito intimità e lasciare un attimo di attesa tra la virgola e il rigo successivo dove inizia il vero e proprio messaggio d’amore.

Che, per sua natura, penso debba durare almeno una pagina.

Per le comunicazioni urgenti continuiamo ad usare a piccole dosi tutto il resto, evitando sempre lo sputtanamento, le parole mozzate e le foto pubbliche perché il nostro amore dovrebbe essere solo ed unicamente di nostro interesse!